Fonte: PolisBlog, Marco Travaglio, IP Monet Modena, Adnkronos
Oggi c’è stata la prima relazione della nuova commissione antimafia. Ebbene, ecco che dopo vario tempo che questa aveva un peso pressoché nullo, è ritornata una commissione parlamentare che vigila sui rapporti fra mafia e politica (se poi sia una contraddizione o meno, è un’altra storia).
Ebbene a capo di questa c’è Pisanu, ex ministro del Tesoro e dell’Interno per vari governi tra cui quelli di Berlusconi. Una persona adatta o men o a questo ruolo? Ce lo diranno i risultati di questa commissione, sebbene i precedenti non sono proprio beneauguranti. Si pensi al caso ecclatante di mafia al nord del Banco Ambrosiano, altra grande banca milanese, all’epoca in cui era diretto da Roberto Calvi, ebbe un grosso ruolo nel riciclaggio di denaro sporco, con complicità nuovamente importanti nel mondo politico, e persino nella banca vaticana: lo I.O.R. (Istituto di Opere Religiose) allora diretta dal cardinale Paul Marcinkus. Si ricordi infatti che il controllo della stessa era da parte di Pisanu.
“Le mafie hanno risalito la Penisola e occupato altre aree del Paese, internazionalizzando le proprie attvita’ in Europa e nel mondo”. E’ l’analisi, tracciata dal presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu, illustrando oggi i risultati di un rapporto curato dal Censis sul “Condizionamento delle mafie sull’economia, sulla societa’ e sulle istituzioni del Mezzogiorno”. Questo è in ogni caso un punto innegabile: di solito si parla della mafia come un problema soprattutto siciliano e delle altre regioni del Sud. Tuttavia sarebbe ingannevole pensare che la mafia sia soltanto un problema meridionale. Dovrebbero far pensare due cose molto recenti: lo scudo fiscale (che permetterà di riciclare ingenti quantità di denaro a un costo irrisorio) e la questione Ponteranica (ed è credo illuminante il discorso di Giovanni Impastato, e non solo quello).
Già nel 1993 erano stati sottolineati alcuni aspetti:
1. “L’utilizzo improvvido e incauto dell’istituto del soggiorno obbligato”. In particolare negli anni Sessanta e Settanta molti importanti mafiosi sono stati spediti in soggiorno obbligato in zone del Centro-Nord, dove hanno poi radicato le proprie attività illegali.
2. “La fuga di soggetti mafiosi nel Centro-Nord dalle zone di origine per sottrarsi a vendette di famiglie o cosche rivali o per necessità di evitare controlli troppo rigorosi da parte delle autorità”.
3. Lo spostamento di soggetti mafiosi, o di familiari di mafiosi, a seguito dei massicci flussi migratori da Sud a Nord, avvenuti specie negli anni Cinquanta e Sessanta. Ogni movimento migratorio, infatti, comporta uno spostamento delle caratteristiche, anche peggiori, di una popolazione verso le zone di accoglienza.
4. L’appetibilità di alcune zone per il business mafioso. In genere le organizzazioni mafiose si sono indirizzate verso zone “più ricche, più movimentate, che offrono maggiori possibilità di fare affari e di impiegare il denaro sporco”. Si pensi che Milano è una delle città con la maggior quantità di stupefacenti (specie cocaina) in Italia. Ed in particolare permette di: 1) sviluppare gli accordi con la criminalità locale per gestire lo spaccio al dettaglio, specie delle droghe pesanti, 2) canalizzare in zone meno controllate dei grandi traffici internazionali
5. Lo sviluppo di associazioni criminali locali, tendenzialmente ispirate al modello mafioso, reso noto dai mezzi di comunicazione di massa. Si ha quindi una diffusione “per imitazione”, alla quale fanno seguito veri e propri legami con le organizzazioni originarie.
6. La scarsa attenzione e la sottovalutazione da parte della società del Centro-Nord. Ci sono stati ritardi nel capire l’importanza del fenomeno da parte delle forze dell’ordine e della magistratura, ma anche della società civile che a volte ancora oggi tende a negare la gravità del problema, pensando che sia ben lontano da casa propria, e non considerando fenomeni prettamente di stampo mafioso come tali (vedi tangenti e sistemi di favori nascosti, pizzi mai detti, ecc.), specie se non ci sono collegamenti con la mafia del sud, ma si tratta di qualcosa di “pienamente locale”.
7. Recenti acquisizioni stanno mettendo in luce come un altro affare in cui si sta espandendo la mafia è l’usura. Attualmente, dalle indagini finora note, sembra che tale attività sia svolta al Nord soprattutto da soggetti non mafiosi. Tuttavia si hanno diversi segnali di quella che in altre zone è stata un’evoluzione “naturale” del fenomeno, che cioè in un secondo momento la mafia entri nell’affare e ben presto se ne impadronisca. Infatti i singoli soggetti locali non sono in grado di porre in essere, da soli, quelle intimidazioni necessarie per spingere le vittime a pagare e soprattutto a non denunciare l’usuraio. Chiedono allora aiuto alle organizzazioni mafiose, le quali finiscono per assumere in proprio l’affare, liquidando i soggetti locali, o integrandoli nella loro organizzazione.
8. Fino ad ora solo in alcuni casi, soprattutto in quartieri periferici delle grandi città, le organizzazioni mafiose hanno messo in atto nel Centro-Nord sistemi di controllo del territorio simili a quelli tristemente noti al Sud. Di conseguenza, anche le tipiche attività illegali legate al controllo del territorio, quali soprattutto il racket, sono meno diffuse al Nord, anche se esistono comunque molti casi di aziende costrette a pagare una “protezione”. Ciò capita maggiormente nei quartieri degradati, o per le aziende maggiori e più vulnerabili. E tra l’altro qui ci si va a scontrare con il “bisogno di sicurezza” posto da molti, che non considerano che a Milano, ad esempio, l’insicurezza possa essere legata anche alla mafia, ma allo stesso tempo non vanno a Palermo in vacanza per paura della stessa. E questo aspetto è in crescita.
9. Un discorso diverso deve essere fatto per la cosiddetta “criminalità” economica, che è il più importante terreno di espansione della mafia al Nord (escludenda qulla legata alle industrie, ad esempio quella edile). Si tratta del complesso fenomeno noto come “riciclaggio” del denaro sporco. Con questo termine si indicano le operazioni con le quali il denaro proveniente da traffici illeciti, che non può essere speso senza destare sospetti, viene trasformato in denaro legale. Il problema del riciclaggio nasce quando le quantità di denaro trattate dalla mafia diventano molto elevate, ed è legato quindi soprattutto al traffico di stupefacenti. Generalmente si tratta di inserirsi in settori economici legali, riversandovi i capitali accumulati illegalmente, o direttamente o tramite prestanomi. Uno dei settori privilegiati è quello edilizio, specie se legato agli appalti pubblici. Altre volte i mafiosi mettono su piccole imprese in settori tradizionali, che non richiedono grandi capacità imprenditoriali, quali il commercio al dettaglio. L’ingresso nel mercato legale non trasforma l’indole dei mafiosi, che continuano ad applicare le proprie metodologie anche nei nuovi affari. Ciò avviene sia per le modalità di ingresso nel mercato che per la gestione successiva. Sotto il primo aspetto va ricordato che c’è un grosso legame tra le attività del racket e dell’usura e l’ingresso in un mercato legale. Infatti i mafiosi spesso approfittano delle difficoltà di imprenditori onesti, create anche dalla loro pressione criminale, per rilevare le imprese a pochissimo prezzo e gestirle poi in proprio, a volte utilizzando il vecchio proprietario come prestanome, così da avere una maggiore copertura verso l’esterno. Una volta entrati nel mercato, i mafiosi operano con forme intimidatorie nei rapporti con i fornitori, con la mano d’opera o con il fisco, generando forme di concorrenza sleale verso gli altri imprenditori presenti sul mercato.










