Afghanistan e Pakistan: due stragi mute

Soldati in AfghanistanFonte: Opinione.it, ANSA, Euronrews, Il Velino

Ormai è passato un po’ di tempo da quel 27 ottobre, sono già 3 giorni. In questi tre giorni ho riflettuto, cercando anche un articolo che potesse esprimere quello che volevo dire, ma lo ammetto: su nessuna fonte l’ho trovato, quindi alla fine mi accingo a fare una specie di collage modificato, per cercare di trasmettervi quello che penso su quelli che sono veri e propri massacri di popolazione civile.

I Talebani hanno provocato massacri in entrambi i fronti su cui sono impegnati: Afghanistan e Pakistan. Sul fronte afgano era previsto che la guerriglia tornasse allo scoperto, dopo l’annuncio del prossimo ballottaggio presidenziale previsto per il 7 novembre. I Talebani non partecipano alle elezioni: vogliono semplicemente sabotarle, colpendo in alto, mirando a cacciare quel personale internazionale che ne dovrebbe garantire il regolare svolgimento. “Questo è solo il primo colpo” avverte il leader jihadista Zabiullah Mujahid nel rivendicare l’attentato. Si tratta del più sanguinoso attacco all’Onu dall’inizio della guerra: gruppi di fuoco sono riusciti a penetrare nella residenza di Bekhtar, a Kabul, uccidendo sei membri del personale delle Nazioni Unite (fra cui un americano), due uomini della sicurezza (afgani) e un civile afgano che si era affacciato alla finestra durante la sparatoria.

In un’azione simultanea, due razzi sono stati lanciati contro l’hotel Serena, mancando però l’obiettivo e non provocando vittime. E’ profonda l’impressione provocata sin da subito da questo attacco contro personale civile, impegnato in una missione umanitaria. Non è un caso che sia stato colpito proprio l’Onu. E’ un bersaglio che “paga”: quando Al Qaeda distrusse la sede delle Nazioni Unite a Baghdad, il 20 agosto 2003, ne provocò l’allontanamento. E, proprio all’inizio di questo mese, in Pakistan, un attentato contro il Programma Alimentare aveva causato la chiusura dei suoi uffici. La lama della guerriglia islamista, insomma, affonda nei bersagli giudicati morbidi ed è questa la logica in base alla quale i Talebani hanno agito ieri. Anche se, questa volta, la reazione di Ban Ki-moon è stata molto ferma: “Siamo con il popolo afgano oggi, lo saremo anche domani”.

Mentre a Kabul si sparava, a Peshawar un’autobomba si infiltrava in un mercato affollato di donne e bambini e si faceva esplodere. I morti sono oltre 120 e i feriti circa 200. Ora il Pakistan divrà ridestarsi dall’attacco peggiore da oltre due anni. Entrambi gli attacchi sono dei messaggi espliciti a Washington: entrambi, infatti, sono avvenuti nel giorno della visita a Islamabad del segretario di Stato Hillary Clinton. E anche in questo caso i Talebani sanno di colpire un bersaglio giudicato “morbido”. Al di là dell’atteggiamento di fermezza mostrato dalla Clinton, nella condanna agli attentati e nella promessa di lottare contro “gruppi estremisti brutali”, l’amministrazione Obama potrebbe anche optare per un mezzo ritiro dalla guerra in Asia meridionale. Non è ancora stata data una risposta alla richiesta di rinforzi avanzata dal generale Stanley McChrystal. E, secondo Rahm Emanuel, capo di gabinetto della Casa Bianca, nessuna decisione verrà presa prima di risultati certi nelle elezioni afgane.

Nessuna chiusura e nessun ritiro definitivo, stavolta l’Onu resta sul campo. Alla vigilia del voto, un suo ripiegamento sarebbe un messaggio troppo grave per tutti. In Pakistan la situazione è molto differente per i Talebani: su quel fronte stanno combattendo sulla difensiva nelle loro roccaforti nel Waziristan del Sud, contro l’offensiva dell’esercito regolare. Tuttavia poi si è scoperto che la cosa è un po’ diversa: lo staff delle Nazioni Unite non strettamente necessario si prepara a lasciare l’Afghanistan. Si tratta di un’ulteriore riduzione del personale della missione Onu – alcuni membri dello staff avevano lasciato il Paese in occasione del primo turno delle presidenziali – decisa in vista del ballottaggio del 7 novembre, quando a sfidarsi saranno l’uscente Hamid Karzai e l’ex ministro degli Esteri, Abdullah Abdullah. Al Palazzo di Vetro è stato intanto convocato per oggi una sessione straordinaria del Consiglio di sicurezza. Lo stesso segretario generale Ban Ki-moon è stato informato dal capo della missione, Kai Eide, che il presidente Karzai ha dato istruzioni al suo ministro dell’Interno per rafforzare la sicurezza nell’area dove sorgono gli alloggi dello staff. “Rivedremo le nostre procedure di sicurezza – ha assicurato oggi Ban, dopo aver duramente condannato l’attentato -, come facciamo regolarmente per la missione in Afghanistan. Prenderemo tutte le misure necessarie per proteggere il nostro staff”.

Io credo quindi che, alla luce di tutto questo, serva una forte analisi delle missioni militari (che siano “missioni di pace” o meno, perché militari che fanno pace non ne conosco) all’estero: questo è stato il mese con il più alto numero di morti americani dal 2001: sono già 55. Con gli otto soldati uccisi oggi nel sud dell’Afghanistan, sale a 447 il numero di militari stranieri uccisi nel Paese dall’inizio del 2009 – 278 gli americani. Il 2009 risulta essere così l’anno più sanguinoso per le forze internazionali dall’inizio del conflitto, nel 2001: in otto anni di guerra sono infatti morti nel Paese 1.494 soldati stranieri, 908 gli statunitensi.

Ma allora, perché Bush e i suoi vari amici hanno sempre dichiarato che tutte le guerre erano finite in pochi mesi, ed ora si trattava solo di “calmare le acque”,  se quest’anno, dopo otto anni, abbiamo il maggior numero di morti? Non sarà che forse andare con militari a portar pace non è una cosa molto apprezzata dalla popolazione civile, come dai guerriglieri stessi?

Non dovrebbe essere uno stato ad autodeterminarsi? Ma forse così non è…

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